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Ultima rilevazione WBVI: Elezioni Sindaco di Genova 2025: ecco chi vincerà (?) secondo il Web Brand Visibility Index

Elezioni Sindaco di Genova 2025: ecco chi vincerà (?)


L’ultima rilevazione WBVI e un’analisi su chi guida davvero nel digitale.

 

Elezioni Sindaco di Genova 2025: ecco chi vincerà (?)

L’ultima rilevazione WBVI e un’analisi su chi guida davvero nel digitale

 

di Riccardo Grassi – CEO Mare Consulting

Ciao, sono Riccardo Grassi, CEO di Mare Consulting e da oltre 25 anni mi occupo di marketing, comunicazione e digitale.

In questi anni ho affiancato imprese, enti e professionisti nel costruire strategie di presenza online efficaci, tracciabili e misurabili.

Tra gli strumenti che abbiamo sviluppato c’è il WBVI – Web Brand Visibility Index, un sistema che analizza la visibilità di un brand (o in questo caso, di un candidato) nel panorama web e social.

 

Il WBVI – Web Brand Visibility Index non è un sondaggio, ma un indicatore di presenza pubblica online: misura quanto un nome è visibile, citato, seguito.

Ed è interessante vedere come questo parametro, sempre più spesso, anticipi o quantomeno racconti molto di quello che poi accade anche offline.

 

In vista delle elezioni comunali di Genova 2025, abbiamo monitorato settimanalmente i due principali candidati: Silvia Salis e Pietro Piciocchi.

L’ultima rilevazione è del 16 maggio. I risultati raccontano una corsa digitale a due velocità, con qualche sorpresa e molte occasioni perse.

 

1. Ecco chi sarà il prossimo sindaco di Genova secondo il WBVI (?)

 

Chi sarà il prossimo sindaco di Genova? La risposta ufficiale arriverà tra pochi giorni, con le urne.

 

Nel frattempo, però, il web ha già cominciato a parlare. Forse a votare. E sicuramente a mostrare chi riesce a farsi vedere.

 

Da otto settimane monitoriamo l’andamento del WBVI – Web Brand Visibility Index, un indicatore che misura la visibilità digitale dei candidati attraverso social media, citazioni online, traffico, presenza attiva e menzioni pubbliche.

 

In altre parole: quanto un brand (o un nome) è presente e percepito nel web.

 

È uno strumento perfetto? No. È predittivo? Forse.

Lo è stato in passato, e ogni volta che ci avviciniamo a un’elezione, scopriamo che chi vince online spesso ha già capito come comunicare, coinvolgere e farsi scegliere.

Almeno nell’attenzione pubblica.

Questa settimana si è chiusa l’ultima rilevazione sulle Elezioni Sindaco di Genova 2025, quella del 16 maggio, e come osservatori curiosi di comunicazione e strategia digitale, abbiamo deciso di tirare le somme.

 

Chi sta vincendo online?

Chi ha guadagnato terreno, chi è rimasto al palo, chi ha ignorato il potenziale del digitale? Il WBVI – Web Brand Visibility Index non è un sondaggio, ma è un termometro della presenza, e forse – chissà – anche un indicatore indiretto di consenso.

 

2. Chi sta vincendo online: la curva della visibilità

 

I numeri parlano. In digitale, lo fanno spesso meglio degli slogan. E secondo il WBVI, la leader della visibilità online è Silvia Salis, con un punteggio medio di 15.876.

A inseguire, Pietro Piciocchi, con 4.851. Un distacco netto, evidente, ma non immobile.

 

La curva di Salis è stabile e solida, con picchi molto marcati (come quello del 24 aprile) e una buona costanza sui social. Piciocchi, invece, ha mostrato una crescita più irregolare: dopo un’impennata il 18 aprile (+129%), è tornato su livelli più bassi, per poi recuperare nel finale.

 

Nella rilevazione del 16 maggio ha segnato il suo miglior valore assoluto dell’intero periodo, a testimonianza di una rimonta parziale e forse tardiva. Non basta a invertire la tendenza, ma dice qualcosa: Piciocchi non ha mollato il digitale.

 

 

Ora la domanda è: questo sorpasso parziale si tradurrà in qualcosa di più? Il web, come sempre, ha già espresso un primo giudizio.

E noi siamo curiosi di sapere se, ancora una volta, ci aveva visto giusto.

 

 

3. Social: dove si gioca la partita

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Se c’è un campo su cui i candidati si sono davvero misurati in questa campagna digitale per le Elezioni a Sindaco di Genova 2025, è quello dei social media. Ma attenzione: giocare la partita non significa sempre sapere dove sta la porta.

 

I dati raccolti dal WBVI – Web Brand Visibility Index ci dicono che Silvia Salis ha saputo sfruttare con intelligenza Instagram.

 

È il suo territorio naturale: contenuti visivi curati, una comunicazione dal tono diretto e informale, una frequenza sostenuta.

Il risultato? Una media di oltre 6.500 contatti stimati a settimana, con picchi notevoli nelle fasi centrali della campagna. Instagram, insomma, come spazio di storytelling rapido ed efficace.

 

Dall’altra parte, Pietro Piciocchi ha puntato più chiaramente su Facebook, dove ha mantenuto valori stabili per gran parte del periodo (attorno ai 2.000 contatti stimati), per poi mostrare una netta impennata nelle ultime settimane, fino a toccare quota 3.674 punti WBVI.

 

Una progressione tardiva, ma non trascurabile. Un po’ come chi arriva in ritardo alla festa ma porta il dolce.

 

Il problema? Che nessuno dei due ha davvero presidiato il territorio social.

Se Instagram è stato sfruttato bene da Salis e Facebook riscoperto da Piciocchi, tutto il resto è rimasto ai margini.

 

LinkedIn (lo vedremo dopo) assente. TikTok? Come se fosse una parola in codice. E YouTube? Forse c’è, ma non si è fatto notare (e non c’è!).

 

E poi c’è il tema ADV: nessuna traccia visibile di pubblicità digitale ben pianificata.

Né Meta Ads, né Google Ads, né contenuti sponsorizzati con targeting. È come andare a pescare dimenticando le esche. Il pubblico c’era, ma non è stato raggiunto in modo strutturato.

 

Parliamo poi dell’engagement.

Nessuno dei due candidati ha attivato campagne di interazione reale: pochi commenti, nessun invito al confronto, poche dirette o contenuti dialogici. Il social, da luogo di relazione, è stato trattato come un megafono. E si sa: chi urla da solo, spesso si sente solo lui.

 

In sintesi: i social ci sono stati, ma sono stati trattati come vetrine più che come leve. Salis ha saputo sfruttare meglio Instagram, Piciocchi ha difeso Facebook, ma nessuno dei due ha trasformato le piattaforme in veri strumenti di relazione e mobilitazione.

 

Il WBVI – Web Brand Visibility Index li ha premiati in modo diverso: Salis domina per costanza e volume, Piciocchi risale nel finale. Ma se il digitale fosse stato giocato con una regia davvero strategica, oggi parleremmo di tutt’altra partita.

 

4. Analisi di correlazione: social e WBVI non sempre vanno insieme

 

Guardando da fuori, si potrebbe pensare che un candidato con tanti like, tanti follower e tanti post ben confezionati sia anche quello con la maggiore visibilità online.

In teoria, sì. In pratica, le cose sono un po’ più complicate. E anche un po’ più interessanti.

 

Abbiamo voluto andare oltre i singoli numeri e analizzare le correlazioni tra i social e il WBVI.

 

La domanda è semplice: se cresco su Facebook o Instagram, cresce anche il mio indice di visibilità complessiva? La risposta: dipende da chi sei e da come lo fai.

 

Per entrambi i candidati, la correlazione tra Facebook e Instagram è molto forte. Quando uno cresce, cresce anche l’altro.

I canali si muovono in sincrono, potrebbe essere segno che le strategie editoriali abbiano funzionato, almeno a livello quantititivo, ma purtroppo in entrambi i casi trattasi di copia e incolla!

 

Ma quando si passa alla correlazione tra Facebook e WBVI, il quadro cambia. E di molto.

  • Per Pietro Piciocchi, la correlazione è praticamente nulla. I suoi aumenti di reach su Facebook non hanno avuto effetto significativo sulla visibilità generale. In altre parole: ha parlato, ma non è stato ascoltato (o quantomeno, non citato).

 

  • Per Silvia Salis, invece, la correlazione è più forte, ma comunque non risolutiva. Il suo WBVI sembra crescere anche in funzione di altri fattori: copertura stampa, condivisioni trasversali, menzioni su siti autorevoli. Un ecosistema, non una singola piattaforma.

 

📊 Correlazioni calcolate

  1. Facebook ↔ Instagram
    📈 Correlazione positiva molto forte: ρ = 0,81
    ➤ Anche per Salis, i due canali social si muovono insieme. Le attività sembrano coordinate o gli effetti di visibilità sono distribuiti in modo sinergico.

  2. Facebook ↔ WBVI
    ➖ Correlazione praticamente nulla: ρ = 0,92
    ➤ Un valore sorprendentemente alto, ma non significativo, perché indica che Facebook da solo non determina l’andamento della visibilità complessiva.

 

🧠 Confronto finale

Correlazione Piciocchi Salis
FB ↔ IG 0,84 0,81
FB ↔ WBVI –0,03 0,92

📌 Sintesi:

  • Entrambi i candidati mostrano sinergia tra i social, segno di una gestione social più o meno coerente.

  • Tuttavia, il WBVI non è trainato da Facebook in modo chiaro per nessuno dei due.

  • La visibilità generale (WBVI) è quindi il risultato di una combinazione più ampia di fattori: menzioni stampa, citazioni web, articoli, condivisioni, traffico e contenuti — non solo performance social.

 

Questo ci insegna una cosa semplice e fondamentale: avere follower non significa essere visibili.

 

Il WBVI – Web Brand Visibility Index tiene conto della presenza complessiva nel web: dai social alle notizie, dai blog ai risultati Google. Se la strategia è centrata solo sui social, manca metà del quadro.

 

Un altro dato interessante: nessuno dei due ha usato i social per innescare conversazioni esterne. Niente link a contenuti più approfonditi, zero call to action verso il sito, pochissime menzioni incrociate. È come avere un microfono e usarlo per parlare a se stessi.

 

Morale? I social sono importanti, ma da soli non bastano.

Per costruire una vera visibilità serve un mix integrato: contenuti pensati, diffusione multicanale, presidio dei motori di ricerca, e anche un po’ di creatività. Che – spoiler – in politica non guasta mai.

Il WBVI – Web Brand Visibility Index lo conferma: il successo digitale è un equilibrio tra presenza, rilevanza e relazioni.

Non basta esserci. Bisogna essere trovati, citati, e possibilmente ricordati. E questo, i like da soli, non lo garantiscono.

 

5. LinkedIn: il grande assente

 

In una campagna che ha fatto almeno finta di guardare al digitale, LinkedIn è rimasto dietro le quinte. Anzi: fuori dal teatro.

 

Il social delle connessioni professionali, del dialogo con imprese, startup, manager e decisori non ha ricevuto neppure un invito. Nessun post strategico, nessuna presa di posizione, zero engagement con il tessuto economico della città.

 

Eppure, se c’è un luogo dove un candidato può costruire autorevolezza, quello è LinkedIn.

È lì che si leggono analisi, si commentano scelte, si costruiscono relazioni professionali.

È lì che si fa vedere di avere una visione. E invece? Silenzio digitale. Profili presenti ma dormienti. Quando va bene, aggiornati alla scorsa legislatura!

 

Chi ha detto che LinkedIn è solo per trovare lavoro? È molto di più.

È il posto dove si può parlare – con credibilità – di infrastrutture, innovazione, sostenibilità, turismo, impresa, scuola, università, occupazione.

Ma per farlo servono contenuti VERI. E servono idee. E, a quanto pare, non sono arrivate né le une né le altre.

 

La cosa più sorprendente è che su LinkedIn si trova un pubblico meno rumoroso, ma molto più influente. Manager, professionisti, imprenditori, consulenti, rappresentanti di categoria: sono lì, ogni giorno. Leggono, scrivono, formano opinioni.

Ma nessun candidato ha pensato di parlargli.

 

Il risultato? Una fascia strategica di elettorato semplicemente ignorata. E non parliamo solo di voti: parliamo di alleanze, endorsement, visione condivisa. Parliamo di costruzione di fiducia.

 

Dal punto di vista del WBVI – Web Brand Visibility Index, la mancata presenza su LinkedIn non ha inciso visibilmente sui punteggi. Ma attenzione: potrebbe aver inciso – e parecchio – sulla qualità della visibilità.

Meno presenza in ambienti qualificati, meno citazioni in contesti professionali, meno reti attivate.

 

E pensare che sarebbe bastato poco: un post ben scritto a settimana, una riflessione sui temi cittadini, una testimonianza da un evento. Anche solo mostrare attenzione al mondo produttivo avrebbe fatto la differenza.

 

Invece, LinkedIn è rimasto lì. Intatto. Inutilizzato. Come un abito elegante lasciato nell’armadio durante una campagna in cui tutti si sono messi in tuta e ciabatte.

 

La politica digitale, per essere davvero tale, deve sapersi muovere su più piani. E LinkedIn non è solo un canale: è un’opportunità strategica. Sprecarla – nel 2025 – è più che una dimenticanza. È un messaggio.

 

6. SEO, SEM e GEO: strategie digitali mancate

 

Se LinkedIn è il grande assente tra i social, SEO, SEM e GEO sono i grandi assenti della strategia digitale.

 

Tre sigle apparentemente tecniche che, in una campagna moderna, dovrebbero essere la base del lavoro digitale quotidiano. E invece? Nessuna traccia.

 

Cominciamo dalla SEO: Search Engine Optimization. Nessuno dei candidati ha mostrato segnali di ottimizzazione organica.

I siti personali (quando esistono) sono poco aggiornati, mal indicizzati, spesso invisibili se si cercano parole chiave come “programma sindaco Genova”, “idee per la città” o “elezioni 2025 Genova”.

La classica ricerca su Google produce risultati occasionali, a volte imprecisi, e raramente direttamente controllati dal candidato.

 

Un errore strategico, soprattutto se si considera che la maggior parte delle persone inizia qualsiasi esplorazione proprio con una query.

 

Poi c’è la SEM: Search Engine Marketing. Anche qui: il deserto.

Nessun annuncio Google Ads rilevato, nessuna landing page ottimizzata per generare traffico mirato, nessuna campagna pensata per intercettare target geografici o tematici.

È come avere un megafono e non accenderlo mai. Forse per timidezza, forse per inesperienza. O, più semplicemente, per mancanza di visione.

 

Ma il dato più interessante riguarda la GEO: Generative Engine Optimization. Siamo in un’era in cui le persone non cercano più solo su Google, ma iniziano a chiedere a ChatGPT, Perplexity, Gemini.

 

E questi strumenti rispondono in base a contenuti già pubblicati, ben scritti, strutturati e riconosciuti.

Nessuno dei candidati ha prodotto contenuti ottimizzati per apparire nei risultati generativi. Nessuna FAQ elettorale, nessun articolo ben strutturato, nessuna guida informativa.

 

Risultato? Quando un cittadino chiede a un’intelligenza artificiale “chi è il miglior candidato per Genova?” o “quali sono le proposte di Salis/Piciocchi?”, spesso ottiene risposte generiche, datate o completamente omissive.

 

Un buco nero comunicativo che, in una campagna moderna, può fare davvero la differenza.

 

Insomma: SEO, SEM e GEO non sono più optional per chi vuole essere scelto. Sono l’equivalente digitale del volantinaggio, del porta a porta, del comizio.

Eppure, nel 2025, sono stati completamente ignorati. Un’occasione persa, perché la ricerca (umana o generata) è oggi la prima forma di contatto tra cittadino e candidato.

 

Il WBVI – Web Brand Visibility Index misura la visibilità complessiva, ma non può fare miracoli se la base di contenuti non esiste. Chi non scrive, non esiste. E chi non si ottimizza per essere trovato, verrà dimenticato ancora prima di essere ascoltato.

 

7. Considerazioni finali: una corsa semi-digitale

Tirando le somme, la campagna elettorale per il sindaco di Genova 2025 ci lascia con una sensazione ben precisa: il digitale c’era, ma è stato usato con cautela.

Come un’auto sportiva lasciata in prima marcia: funziona, si muove, ma non sfrutta mai davvero il suo potenziale.

 

Silvia Salis ha dominato sul piano della visibilità complessiva, forte di una buona presenza su Instagram, supportata da contenuti coerenti e una costanza apprezzabile.

Pietro Piciocchi ha mostrato una crescita a scatti, con una rimonta interessante nel finale su Facebook, ma senza riuscire a colmare del tutto il divario.

 

Il dato più rilevante? Nessuno dei due ha costruito una vera strategia digitale integrata.

I social sono stati utilizzati come vetrina, non come leva. I contenuti sono stati pubblicati, ma non ottimizzati. Le interazioni sono rimaste occasionali, e l’ascolto del pubblico, nella maggior parte dei casi, è stato assente.

 

LinkedIn dimenticato. SEO e SEM ignorati. Nessun uso di GEO (Generative Engine Optimization), nessuna visione multicanale.

È mancato, in sostanza, quel pensiero strategico digitale che oggi dovrebbe essere parte integrante di qualsiasi campagna politica. Perché il digitale non è solo comunicazione: è relazione, reputazione, posizionamento. È territorio elettorale.

 

Il WBVI – Web Brand Visibility Index ci ha offerto una fotografia oggettiva della visibilità dei candidati, settimana dopo settimana. Ci ha detto chi è stato visto, quanto e quando.

Ma – com’è giusto che sia – non può dire tutto. Non può dire chi vincerà. Ma può indicare, con buona probabilità, chi ha saputo farsi trovare.

 

Chi guida il WBVI non è detto che guidi il Comune, ma…

 

Ma chi ha ignorato il digitale ha certamente rinunciato a parlare a una parte crescente dell’elettorato: connessa, informata, attenta. Una parte che – oggi più che mai – si fa un’idea prima di decidere. E che, spesso, decide prima ancora di votare.

 

Se il digitale non è ancora decisivo, è già indicativo. E per chi vuole governare una città nel 2025, sarebbe il caso di iniziare a prenderlo sul serio.

 

FAQ – Domande frequenti sul WBVI e la visibilità digitale

Cos’è il WBVI?

Il WBVI – Web Brand Visibility Index – è un indice che misura la visibilità di un brand (o nome) nel web e sui social, combinando dati da più fonti: social media, citazioni online, traffico web e interazioni pubbliche.

Il WBVI è un sondaggio?

No. Il WBVI non rileva intenzioni di voto, ma visibilità e presenza pubblica digitale. È un indicatore indiretto che misura quanto un candidato è cercato, citato, seguito online.

Perché è importante LinkedIn in una campagna elettorale?

Perché permette di comunicare con il mondo professionale, imprenditoriale e con stakeholder influenti. È uno strumento strategico per posizionarsi come autorevoli e competenti.

Cosa significa GEO?

GEO è l’acronimo di Generative Engine Optimization, ovvero l’ottimizzazione per farsi trovare anche nei risultati generati da intelligenze artificiali come ChatGPT e Perplexity. Richiede contenuti di qualità, ben scritti e autorevoli.

Quanto contano i social rispetto al WBVI?

Contano, ma non bastano da soli. Il WBVI è influenzato anche da copertura mediatica, contenuti web, e presenza organica nei motori di ricerca. Un mix ampio che va oltre i like.

 

 

Linkipedia: Fonti e approfondimenti consigliati

 

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